RosaspineChe cosa è la normalità nel sesso e che cosa, invece possiamo considerare anormale? Di fronte a quali comportamenti dobbiamo  parlare   di devianza o perversione?
E' molto facile fare una serie di grossolani errori quando si parla di qualcosa che riguarda tutti e nelle nostre sfere intime.
Iniziamo con lo "sfatare" il concetto di "normalità" che in particolare parlando di sessualità è in continua evoluzione, è radicalmente cambiato   nel tempo e cambia addirittura da un continente all'altro per cultura ed altri elementi.

La scienza ci porta ad usare criteri il primo del tipo  statistico, esempio: il comportamento è normale quando è seguito dalla  gran parte  delle persone, di conseguenza chi non segue il  comportamento standard  è considerato "malato". Criterio facilmente  contestabile basta pensare  che per secoli gli omosessuali sono stati  considerati anormali solo  perché la maggior parte delle persone è etero.

Un criterio che può facilmente condurre all'emarginazione sociale.
Il criterio del disagio è più sensato, secondo questo criterio un      comportamento è patologico quando diventa lesivo del benessere proprio   e di quello degli altri. Un soggetto che ha tendenze antisociali, che prova piacere nell'ingannare, nell'uccidere o nell'attuare comportamenti lesivi per sé e per gli altri (sadismo, masochismo, autolesionismo) è evidentemente malato perché così facendo distrugge se stesso e la società. A livello psicologico questo criterio diviene interessante poiché l'essenza della patologia è la SOFFERENZA (dal greco "pathos", vuol dire dolore) quindi ciò che causa dolore non può essere considerato sano e normale, quindi la depressione, le psicosi deliranti, i disturbi antisociali di personalità, la schizofrenia sono patologie non tanto per le idee espresse dal malato, ma per il fatto che la sua condizione nuoce sia al paziente sia alla relazione con la società. Tornando alla sessualità bisogna approfondire il concetto della sofferenza (Pathos) nonché approfondire alcune delle voci citate, in particolare "masochismo/sadismo" aree di attuale dibattito che nel'ultima edizione del DSM V (il manuale della psichiatria) sono passate da "perversione" a "parafilia" , aree che solleticano particolarmente le "fantasie" senza per questo divenire spauracchi di sintomi perversi. Pensiamo a come fantasie quali feticismo e bondage abbiano facilmente avuto una porta aperta con romanzi come la trilogia " 50 sfumature di grigio" e simili , quasi che il lettore non aspettasse altro che qualcuno le legittimasse, segno di una cultura sessuale che tende ad aprirsi, liberarsi lasciando spazio alla fantasia senza condanne psichiatriche.
La sessuologia moderna sta quindi evitando di stigmatizzare la sessualità umana, scegliendo di sottrarsi ad un sistema di etichettatura discriminatorio.
"Parafilia" deriva dal greco "para" = accanto, amore "filein =". Quindi "accanto all'amore", nulla quindi a che vedere con pathos e sofferenza che diviene manifestazione sessuale patologica e deviante poiché non consensuale e matura.

Sul piano strettamente clinico, affinché si possa parlare di perversione dell'impulso sessuale occorre che ci sia una fissazione della libido su una specifica pratica, che diviene quindi sostitutiva, in tutto o in parte, del normale amplesso. Il soggetto che ne è affetto vede quindi diminuire il proprio interesse e le capacità verso le manifestazioni "normali" del sesso ed è costretto, dalla sua stessa "forma mentis", a costruire il rapporto sessuale attorno ad uno schema particolare, ripetitivo, prefissato.

Perché invece si possa parlare - più genericamente - di anormalità nei rapporti sessuali, occorre che ci sia una alterazione del rapporto umano, che è il sostrato relazionale del rapporto sessuale. Ad esempio, ove si manifesti un comportamento violento o sopraffattorio, o di negazione o svilimento dell'altro
Affrontare un discorso generale sulle parafilie senza suscitare anche un pur minimo imbarazzo o prese di posizione nette sull'argomento, è compito senza dubbio arduo se non impossibile. Questo perché, nonostante le numerose "rivoluzioni" sessuali, la sessualità rimane uno dei più importanti "modellatori" della personalità, dell'identità e della vita sociale di ogni individuo.
Se al tempo di Sigmund Freud, in un contesto sociale in cui la sessualità non risultava essere argomento di discussione, poteva avere un senso parlare di perversioni definendole come «quelle attività sessuali finalizzate su regioni del corpo non genitali», oggi, in seguito a quei cambiamenti sociali messi in moto proprio dal movimento psicoanalitico, in seguito alla nascita della sessuologia clinica e quindi alle ricerche sulla sessualità, una simile "diagnosi" rischierebbe di valutare come "patologiche" le condotte sessuali della quasi totalità della popolazione mondiale.
Tutti gli individui cosiddetti normali hanno delle fantasie e mettono in atto delle pratiche sessuali che potrebbero apparentemente sembrare "perverse" ovvero ognuno di noi conserva un nucleo che possiamo anche definire "perverso" che si integra in un processo di personalità e di comportamento che risulta comunque normale.
La linea tra normalità e patologia nella sessualità è sempre legata ad aspetti quali la non esclusività, la non compulsione del comportamento e, ricordiamo, soprattutto al consenso reale dei partner sessuali.
Parliamo infatti di "normalità" delle condotte sessuali quando tale comportamento si svolge innanzitutto tra soggetti realmente consenzienti e non reca disagio, sofferenza o problemi legali (nella cultura di riferimento) a nessuno dei partecipanti all'attività e non rappresenta una condotta esclusiva svolta come una compulsione e non interferisce con lo svolgimento delle attività lavorativa e/o sociale.
Allo stesso modo definiamo il comportamento sessuale "patologico" quando causa anche ad uno soltanto dei partecipanti all'attività, disagio, sofferenza, interferenze con le attività lavorative e/o sociali, quando si compie come una compulsione, quando reca danni, quando causa problemi legali.
Nel leggere la descrizione diagnostica attuale delle parafilie, con riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV, 1994), va tenuto presente che tali definizioni risentono dell'influenza della nostra cultura e pertanto, possiamo immaginare, potrebbero subire variazioni nel corso del tempo o non applicarsi a culture completamente diverse. Ciò non toglie che attualmente tali condotte siano considerate "patologiche" in quanto ogni forma di disagio si inscrive sempre all'interno di uno specifico contesto sociale.
Quando ad esempio il "pedofilo" cerca di giustificare la propria condotta parafiliaca portando come esempio altre culture o società antiche, "dimentica" che egli vive in un contesto diverso da quelli che porta come prova che la sua condotta sia da definire "normale". La negazione di vivere all'interno di un contesto socio-culturale che non sia in grado di giustificare un certo tipo di comportamento tanto da definirlo "patologico" è probabilmente un processo difensivo che va utilizzato nella valutazione diagnostica di tali pazienti.

Il Trattamento. Il trattamento delle parafilie è piuttosto complesso, soprattutto quando il paziente ha già messo in atto processi difensivi in grado di far negare che il comportamento sia patologico. Occorre sempre un'attenta valutazione diagnostico-differenziale soprattutto per escludere altre forme psicopatologiche come ritardo mentale, disturbi gravi di personalità (in particolare il disturbo borderline o, nei maschi, il disturbo narcisistico ed il disturbo ossessivo-compulsivo) ed altre patologie. Una volta valutato il funzionamento globale del paziente sarà possibile orientare verso la forma di intervento, quasi sempre piuttosto lunga e tortuosa, adatta per ogni specifico caso.